Ti chiamo per nome,
Elena Parasiliti (Terre di mezzo): l’autrice di questo libro è anche colei che qualche anno fa ha ripreso in mano
Terre di mezzo,
il “giornale di strada” nato nel 1994, per evitare che si smorzasse e
non ricomparisse mai più. Contribuiscono a tenerlo bene in vita reporter
che trascorrono fisicamente del tempo immersi in ciò di cui andranno a
parlare.
Questo libro risponde a questo criterio. Elena Parasiliti ha visitato e sperimentato il modo di lavorare di
9 associazioni italiane che svolgono un compito particolare: ricucire gli strappi
tra la gente. Ovvero, laddove c’è stato uno sgarro, una lite, un
contenzioso, un reato anche, chi lavora in queste associazioni fa in
modo di far riavvicinare i protagonisti dello strappo. Da semplici liti
tra colleghi a reati sessuali, autore e vittima del torto dovrebbero
cominciare o tornare a comunicare. La più vecchia di queste associazioni
è comparsa nel 1995, a Milano, e si chiama Centro italiano per la
promozione della mediazione.
C’è poi chi ha preso spunto dalle scuole del perdono sorte a Bogotà, chi
si preoccupa dei minori che prendono brutte strade, chi è stato in
carcere e gira per le scuole raccontando cos’ha fatto e come ha cercato
di recuperare.
Le benevole,
Jonathan Littell
(Einaudi): romanzo con cui Littell si guadagnò gli onori della cronaca.
La riscaldò questa cronaca, la smosse, perché il romanzo monumentale Le
benevole portò in scena uno dei contenuti più forti del ‘900 e ce lo
portò con incredibile ricchezza di dettagli.
Siamo tra il 1941 e il 1945, colui che ci narra la propria storia è Maximilien Aue, un ufficiale delle SS.
Un uomo che, nel ricordare gli eventi attraverso cui è passato, non intende risparmiare niente. Questo significa:
scene di morte bruta prive di qualsivoglia pathos; resoconto della vita
burocratica fatta di riunioni e decisioni e cariche, faccende pratiche
quotidiane che coinvolgono personaggi che si è soliti invece immaginare
in gesti grandiosi e terribili; tratti storici e sociali del tempo;
registrazione degli stati d’animo e delle trasformazioni che questi
stati d’animo subiscono nel corso della carriera di Aue, dai sensi di
colpa e dalla nausea iniziali all’indifferenza “non tetra, ma lieve e
precisa”.
È un libro che, una volta apparso e letto,
ha sollevato reazioni rumorose,
sia da chi l’ha trovato uno dei più grandi testi del nostro tempo, sia
da chi ha criticato Littell per aver dipinto una figura demoniaca
affascinante che rischia di farci sentire vicini a certi criminali; vedi
Claude Lanzmann, autore del documentario Shoa, che si è espresso così a
proposito delle Benevole: “Attenzione dunque a non estrarre dalle
viscere della Storia demoni troppo talentuosi, possono esercitare sul
lettore un fascino assassino ad accettarli perché sono simili a noi,
umani troppo umani”.
Ma Maximilien Aue, ci tiene a dirlo, non è un demonio: “Non penso di
essere un demonio. Per ciò che ho fatto c’erano sempre delle ragioni,
giuste o sbagliate, non so, in ogni caso ragioni umane.
Quelli che uccidono sono uomini, come quelli che vengono uccisi, è questa la cosa terribile.
Non potete mai dire: ‘Non ucciderò’, è
impossibile, tutt’al più potete dire: ‘Spero di non uccidere’. Anch’io
lo speravo, anch’io volevo vivere una vita buona e utile, essere un uomo
fra gli uomini, uguale agli altri, anch’io volevo aggiungere la mia
pietra all’edificio comune. Ma la mia speranza è stata delusa, e si sono
serviti della mia sincerità per compiere un’opera che si è rivelata
malvagia e perversa, e io ho varcato le cupe frontiere, e tutto quel
male è entrato nella mia vita, e nulla di ciò potrà mai essere
riparato”.
E Littell ha spiegato, a quelli che gli hanno criticato il fatto che
questo Maximilen Aue non sia verosimile, che lui aveva in mente
un’operazione diversa rispetto alla verosimgilianza:
“Max Aue è un raggio X che esplora, uno scanner. Effettivamente non è un
personaggio verosimile. Non cercavo la verosimiglianza, ma la verità.
Non vi è romanzo possibile se ci si aggrappa al solo registro della
verosimiglianza. La verità romanzesca è di un altro ordine rispetto a
quella storica o sociologica”.
Che cosa hai fatto,
Raul Montanari (Baldini & Castoldi): Montanari è traduttore e scrittore lombardo che si è divertito spesso col noir. Ecco,
Che cosa hai fatto
non è noir. E anch’esso ha avuto modo di sollevare reazioni rumorose
alla lettura, più che altro per le scene di sesso che nulla lasciano
all’immaginazione (ok, nulla è impossibile; diciamo che le lasciano poco
spazio) e che hanno fatto sì che la ricerca di un editore disposto a
pubblicarlo durasse anni.
Siamo
in una Milano da un volto diverso dall’attuale, e sotto un Presidente che è un dittatore. C’è gente che si ribella e protesta da una parte, e dall’altra
un uomo quasi quarantenne che decide di lasciare la strada e
qualsiasi cosa succeda fuori
e di rifugiarsi in altri lidi. Lido che ha il nome di Beatrice e la
forma di un patto: Beatrice deve fornirgli ore di piacere crescente fino
al giorno del suo suicidio.
L’idea da cui
Che cosa hai fatto è nato l’ha chiarita lo stesso Montanari: “
Avevo in mente un’immagine semplice: un uomo si dà dieci giorni di vita e decide di provare emozioni forti prima di suicidarsi”.