venerdì 23 novembre 2012

Guida pratica per ronzini.


'MASCALCIA'

Inizialmente ho letto il titolo e ho pensato fosse un libro sulla gravidanza. 

Poi ho alzato lo sguardo e ho visto l’immagine in copertina e mi sono augurata che non lo fosse.
Quindi mi è venuto il dubbio che mi stesse sfuggendo qualcosa. Infine l’ho appurato: per più di vent’anni ho ignorato l’esistenza della parola “mascalcia”, termine che indica l’arte del ferrare il cavallo.

Questo libro è una guida alla ferratura del cavallo. Non mi dite che non avete un cavallo in casa! Va bene anche di legno e a dondolo, potete fare pratica anche con quello. Se doveste sentire puzza di bruciato e vedere fiamme sprigionarsi dallo zoccolo del cavallo, niente paura: tutto regolare.

Ma il libro non è solo una guida, è anche un manifesto in difesa della ferratura contro il barefoot movement, il “movimento scalzo” cioè, che dichiara la ferratura una pratica inutile, oltre che barbara, negando l’undicesimo comandamento dei maniscalchi: “no hoof, no horse”, ovvero “niente zoccolo, niente cavallo”. E a me viene il dubbio che i cavalli abbiano qualcosa da ridire al proposito.



Confessioni di una Libraia Malandrina, part. 2- ovvero: Indovina chi viene a cena.



Anni fa sono stata invitata a cena con altri amici a casa di un’amica. Era da poco tornata reduce dal cammino di Santiago e ha voluto proiettarci le 536 foto (…) scattate. Il fatto anomalo della serata è che quest’amica si presentò assieme ad un ragazzo che nessuno di noi aveva mai visto prima. Nessuno di noi, compresa lei. In pratica era successo questo: mentre stava tornando a casa, questo ragazzo l’aveva avvicinata e le aveva chiesto: “Ciao, che fai?”, lei: “Vado a casa che ho degli amici a cena”, lui: “Ah che bello. Posso venire?”. Morale della favola: ci siamo ritrovati con un assoluto estraneo, che non ha parlato per tutta la sera e si è limitato a fissare prima uno poi un altro a intervalli regolari. 


 *(Lo sguardo era all’incirca questo)


 A un certo punto se n’è andato, e l’unica cosa che abbiamo saputo di lui è il nome che ha detto di avere: “Mi chiamo Jean… in francese però, in italiano Luca”.

                   Questo post è un omaggio agli sconosciuti.

Comincio con due libri che hanno qualcosa in comune: lettere di sconosciuti. Il primo si chiama proprio così, né più né meno: Lettera di una sconosciuta. Al centro ci sono due uomini, entrambi scrittori, entrambi austriaci: sono l’autore e il protagonista. Stefan Zweig ci parla infatti di un quarantenne scrittore che riceve inaspettatamente una lettera da una donna che non conosce. Particolarità: questa donna ora è morta. E nella lettera dice di non essere in realtà una perfetta estranea.
Secondo libro epistolare, Che tu sia per me il coltello di David Grossman. Il titolo non allude a strane pratiche masochistiche, ma a questo: scrivere e parlare ad uno sconosciuto, piuttosto che a un amico, può rivelarsi più fruttuoso per quanto riguarda la capacità di scavare in sé, magari girando il coltello nelle piaghe. I due protagonisti dello scambio epistolare sono un uomo e una donna, non si conoscono affatto, si sono soltanto intravisti a una festa, quando lei ha fatto qualcosa che ha attratto irrimediabilmente l’attenzione di lui.
Infine, sconosciuti redditizi. Nel senso di estranei che ti mettono in mano dei soldi. Però nessuno fa niente per niente, soprattutto nei libri, e infatti lo sconosciuto in questione chiede qualcosa: che in cambio si diventi assassini. Capita a un pover’uomo vulnerabile in L’amico americano, di Patricia Highsmith, un libro che pare piacere ai registi: Wim Wenders e Liliana Cavani ne hanno entrambi ricavato un film.


A leggere il lungo racconto di Thomas Hardy, devo pensare che a me e ai miei amici in fondo è andata bene. Il titolo parla da sé: I tre sconosciuti. Sono infatti ben tre gli estranei che bussano alla porta di una casa in cui è in corso una festa. Non si presentano tutti insieme, ma uno dopo l’altro. E non entrano tutti, il terzo guarda dentro e scappa. Chiaramente lascio a Thomas Hardy il privilegio di spiegare perché.
Infine, facciamo un passo ulteriore: non fermiamoci a tre, che son pochi, immagina che siano tutti. Sconosciuti, intendo. Pensate di aprire gli occhi, un giorno, e di esser certi di non aver mai visto prima chiunque si presenti davanti a voi e dica di conoscervi. Patrizia Mucciolo, è questo il nome dell’autrice, ha preso spunto da un fatto di cronaca successo nel paese di provincia in cui vive.  



Le ombre azzurre è un fantasy, ma atipico: non ci sono elfi, maghi, draghi, e non ci sono troppi effetti speciali, perché “si rischia il ridicolo. Il diavolo abita sul tuo stesso pianerottolo e tu non lo sai perché non c’è scritto Belzebù sul campanello”.





L' OTTAVA MERAVIGLIA..


Oggi parliamo di biblioteche. Non di biblioteche e ebook, e neanche di biblioteche in generale, per la verità, bensì di una biblioteca in particolare.





In Olanda, nella città di Spijkenisse, è stata da poco inaugurata la Book Mountain, progettata dagli architetti della tedesca MVRDV.
Cos’ha di speciale questa biblioteca? Intanto l’aspetto esteriore, come potete vedere dalla foto.




Particolari sono poi i materiali impiegati: struttura in legno, copertura in vetro, cosicché da fuori ciò che è dentro è totalmente visibile. Inoltre le mensole su cui poggiano i libri sono state ricavate da vasi per fiori che sarebbero rimasti inutilizzati. Tutta questa praticità, questa economia, vuole anche essere un omaggio alle fattorie tedesche di una volta.

Particolare è pure l’interno: quasi 500 metri di scale a spirale, stradine e terrazze. Un percorso che termina sulla cima della montagna, dove c’è un bar ad attendere i lettori. Ma non basta il bar a prendersi qualche distrazione dalla lettura: sono a disposizione anche un centro educativo, un club di scacchi, un auditorium, negozi e numerosi spazi in cui fare conversazione o sedersi al computer.



Infine, particolare è l’obiettivo che gli architetti si pongono. Gli stessi architetti ideatori, non a caso, del complesso abitativo adiacente alla biblioteca, abitato da una comunità di cui il 10% è analfabeta. Costruire una biblioteca così, totalmente visibile dall’esterno, con quelle file e file di libri che s’impongono alla vista, è dichiaratamente sia “una pubblicità che un invito alla lettura”.





Libri & Problemi di Sonno...



Questo post è dedicato a tutti quelli che hanno detto addio al sonno, per propria scelta oppure per scelta altrui. Una nota dedicata a chi conosce il palinsesto televisivo notturno, per i quali Marzullo è soltanto l’inizio dei programmi e sono degli affezionati delle lezioni universitarie televisive a notte fonda. Parliamo di sogno, sonno, insonniaMettiamoci il pigiama e cominciamo!


Romanzi per (non) dormire

Il primo libro che mi è venuto in mente mi è piaciuto moltissimo fin dal titolo, ovvero: Tutto quello che avremmo potuto essere io e te se non fossimo stati io e te.

Dopo aver ripreso fiato perché il titolo effettivamente è lungo da dire tutto in una volta, vi dico che la storia parte da un ragazzo che riesce a leggere nella mente delle persone e che dopo la morte della madre decide di iniettarsi una sostanza grazie alla quale non dormirà mai più. Un attimo prima di farlo viene chiamato dalla polizia perché c’è un alieno da interrogare. Una storia incredibile, secondo me partorita dall’autore durante un sogno a occhi aperti, ma che è così incredibile che va a finire che ci credi. Davvero un bel libro, fidatevi della vostra libraia di fiducia!
Il secondo libro invece è un noir che, a dispetto del titolo,  conviene non iniziare a leggere la sera prima di andare a letto perché si rischierebbe di passare la notte insonne a leggerlo: Il grande sonno di Raymond Chandler. È la prima indagine di Marlowe e vi si  troveranno tutti i temi che lo hanno reso uno degli investigatori più famosi della storia: Los Angeles, delitti, scazzottate, indagini, belle donne. Come si fa ad andare a dormire dopo aver letto una storia così? …
Che poi dormire è bello, a volte però il risveglio può mostrare delle spiacevoli sorprese. Vi ricordate di quell’uomo che è andato a dormire e si è svegliato trasformato in un gigantesco insetto?  Ecco, c’è chi ha pensato di riscrivere quella storia, facendo svegliare il protagonista non con delle zampette nere bensì con dei bei baffi lunghi e un manto peloso ..


 Nella Miaomorfosi infatti ci si ritrova al mattino nei panni di un gatto, certamente meno disgustoso di un bacherozzo, ma non è che sia proprio facile abituarsi a mangiare i croccantini invece dei corn flakes appena svegli. Per non parlare della toeletta.

Allora, dormiamo oppure no?

“Va bene libraia, ci hai consigliato dei bei libri, ma qua di dormire non se ne parla! Non hai niente da consigliarci visto che non dormiamo da quando ancora c’era la lira?“. Certo che ho un libro da consigliarvi, anzi, ne ho ben due! Il primo è dedicato a chi ha un pargolo (o una pargola) che ama molto invertire gli orari e che fin dalla più tenera età ama tirare tardi la notte: 101 modi per addormentare il tuo bambino. In mezzo a tutti questi ne troverete sicuramente uno che funzioni anche per vostro figlio.
Se invece non avete figli, ma anche voi la notte non riuscite proprio a trovare pace tra le coperte, allora potete leggere queste 101 cose che devi sapere per combattere l’insonnia. Che cos’è, da cosa può essere provocata, e soprattutto come fare per vincerla. Io ho provato a contare le pecore, ma casa mia  è troppo piccola e di pecore ce ne stanno davvero poche, una decina al massimo. Senza contare che poi hanno belato tutta la notte, e non sono proprio riuscita a chiudere occhio.


giovedì 22 novembre 2012

Dipende dai.. Punti di Vista !! -ovvero le tagliatelle di Nonna Pina-


Domenica sera mia nonna mi ha raccontato una storia che non conoscevo. Si parlava di presunti miracoli, e lei se n’è uscita con: “Io sono stata miracolata da piccola”. Ecco in cosa è consistito il suo miracolo (notare bene l’aggettivo “suo”): un giorno di circa 70 anni fa, mentre era in casa, sentì una musica piacevole provenire dall’alto. Il miracolo non fu questo, non vide Dio suonare il piano o qualcosa del genere. Per capire cosa fosse quella musica, mia nonna andò sul tetto di casa sua, operazione che le fu resa possibile da non ricordo cosa sinceramente.
Comunque, arrampicatasi sul tetto, le venne la bella idea di sedersi sopra un lucernario. Risultato: il vetro si ruppe, lei precipitò nella cucina del vicino che stava pranzando, atterrando su un piatto di tagliatelle, che probabilmente le salvò la vita. Tutto questo fu visto da lei come un innegabile miracolo. Dal suo vicino un po’ meno: spaventato, fu preso da infarto e morì.
 

Stasera vi scrivo del 'punto di vista':

C’è un libro in cui a essere guardata da più punti di vista è una città. Si chiama Gente di Dublino, l’autore è James Joyce, e sono certa che tutti ne avranno sentito parlare. Ogni racconto dà voce a un personaggio col proprio punto di vista, e a loro volta questi punti di vista individuali si dispongono nel libro secondo il punto di vista delle diverse età di un’intera vita. Un trionfo di punti di vista, insomma.
Così come singoli libri, ci sono anche autori particolarmente propensi a giocare con prospettive differenti. Virginia Woolf fu una di questi. Nei suoi più importanti romanzi, si slitta da una mente all’altra, così che ora sappiamo come la pensa la signora Dalloway, ora come la pensa Septimus; in Gita al faro seguiamo i pensieri di un’intera famiglia, e non solo; in Orlando addirittura il gioco si attua su uno stesso personaggio, che prima ha un punto di vista maschile, poi femminile.
Ciò che più è adatto a riflettere i punti di vista è ciò che usiamo tutti i giorni, e che usano in particolare gli scrittori: la lingua. Ci sono parole che ti capita di pronunciare continuamente che sono il risultato di precise visioni o interpretazioni dei fatti. Gian Luigi Beccaria è un linguista italiano, e tra le pieghe delle parole dimostra che la lingua è la prima e la più forte spia di come i punti di vista dominanti cambino e si affermino nelle epoche e nella vita di tutti i giorni.

Se si ha a che fare con un fatto, e a raccontarlo sono più persone, e queste persone sono donne, e questo fatto è un delitto, e questo delitto s’ha da raccontare alla polizia, si può star certi che le versioni del suddetto fatto non saranno concordanti. Per lo meno è così in Donne informate sui fatti di Carlo Fruttero. La bidella, l’amica della morta, la contessa, la giornalista, e così via: ciascuna dice ciò che sa, e Fruttero non ci pensa neanche a fare il narratore onnisciente che chiarisce le cose.
Infine, donne alle prese con la filosofia. Se ci pensi a scuola, ad esempio, si tende a nominare solo filosofi maschi. Invece sin dall’antichità anche certe donne si sono fatte sentire, filosoficamente parlando, e le due autrici di Filosofia delle donne hanno pensato che fosse giunto il momento di raccontarle, considerando che la filosofia, per sua natura, “necessita di rappresentare la più ampia varietà possibile di punti di vista, e Ipazia è tra coloro che non hanno avuto finora voce nella filosofia tradizionale”.

Aramaico & Filosofia...




Sabato pomeriggio in libreria ho sentito bofonchiare arcane maledizioni. Era una ragazzina di circa 17 anni che sfogliava un libro di Kant. Il motivo della collera, un passo del libro: “Sebbene il sentimento tenda a figurarsi il mondo fisico in termini di finalità e di libertà, esso rappresenta soltanto un’esigenza umana, che, come tale, non ha un valore di tipo conoscitivo o teoretico. In altri termini, il sentimento permette, nel soggetto, l’incontro tra i due mondi. L’incontro, non la conciliazione. La conciliazione infatti implicherebbe l’oggettività del medio che concilia”. Non è una supercazzola, sono righe che pretendono di spiegare Kant a chi ha iniziato ora ad averci a che fare.
Oggi parliamo di libri che, rispetto alla filosofia, non esercitano una forza di repulsione, ma d’attrazione. 





Vita da filosofi:

Ci si può avvicinare alla filosofia ad esempio guardando alla concretissima vita quotidiana dei filosofi, per evitare di vederli come menti che sfornano concetti astratti che non riguardano nessuno. Armando Massarenti si occupa di filosofia, in varie salse, da anni, l’ha studiata e ne ha scritto. Nel Filosofo tascabile racconta aneddoti e particolari insospettati delle esistenze di alcuni filosofi, ce li restituisce come gli uomini simili a noi che furono, con tutte le loro contraddizioni e le loro debolezze.
Manuel Cruz
ha fatto qualcosa di simile, ma concentrandosi su un aspetto che riguarda tutti, ed è tra quelli della nostra vita che più ci smuove: l’amore. Nell’Amore filosofo Cruz racconta come sia cambiato nel tempo il concetto di amore in bocca ai filosofi, e se, soprattutto, a conti fatti, l’abbiano o no incarnato. Nietzsche ad esempio, per dirla filosoficamente, andò fuori di testa per una russa, Lou Salomé, che lo fece penare, lo trascinò in una sorta di triangolo amoroso, e infine lo rifiutò.
Anche i Simpson avvicinano alla filosofia. L’hanno pensato tre filosofi, che hanno coinvolto 20 colleghi, e hanno scritto I Simpson e la filosofia, ovvero la filosofia applicata ai personaggi di Springfield. Sono diversi i particolari per i quali è possibile trovare un riscontro filosofico: il silenzio di Maggie, l’amore per il prossimo di Flanders, l’intera famiglia Simpson che può esser vista sotto un’ottica kantiana. Il rutto di Barney, no, non credo.


Filosofi romanzieri:

Alcuni filosofi si sono dati al romanzo, e spesso la narrazione alletta più della saggistica. A Albert Camus s’attribuisce la “filosofia dell’assurdo“, che si ritrova nel Mito di Sisifo, un saggio, ma pure ne Lo straniero, un romanzo. Qui al centro c’è Meursault, un uomo che non prova sentimento alcuno nei confronti degli altri, né della madre morta, né della donna amata, né dell’uomo ucciso. Interessante è arrivare al perché, di questa sua totale indifferenza, di cui è conseguenza, tra l’altro, la sua assoluta sincerità.
Voltaire
si sente , spesso e volentieri,  nominare. Altro filosofo a tutti gli effetti che ha usato la finzione letteraria per esprimere le proprie idee. Candido ne è un esempio. E' un esempio di come la filosofia possa essere ironica, dinamica e piacevole. Bersaglio prediletto qui è l’ottimismo di un certo Leibniz, parodiato nella figura del precettore Pangloss, un tedesco che, nonostante i peggiori cataclismi e sfortune in cui si ritrova invischiato, continua a credere che questo sia “il migliore dei mondi possibili”. Candido (/Voltaire) non è che sia proprio della stessa opinione.

Nomi d'arte..?





Due sabati fa.. si discorreva di film, con le mie amiche. Qualcuna se n’è uscita con: “L’altra sera ho visto Invincibilus”. Cinque secondi di silenzio, poi abbiamo capito: parlava di Invictus. L’episodio mi ha ricordato la madre di una mia amica ai tempi delle scuole elementari.. Aveva una particolarità, questa madre: storpiava i nomi di tutti gli altri genitori. Non volutamente, ma perché lei era proprio convinta, ad esempio, che Silverio si chiamasse Saverio, e a volte, più raramente, Silvestro. Toccò anche ai miei genitori ovviamente. Mio padre si chiama Alberto, divenne Roberto. Mia madre si chiama Emanuela, ma per questa signora rimase 'Franca' o 'Eleonora'.
 Oggi vi parlo di nomi alternativi, per la precisione di pseudonimi.

Firme “false”:

Ci sono autori che si firmano con nomi diversi dai propri. I motivi sono vari, ognuno ha il suo, qualcuno magari non ce l’ha. Sembra sia così per colui che si cela dietro addirittura a due nomi: Giovanni Aprile e Francesco Ficarra. In realtà un sospetto c’è: che siano Leone Guerrino. Ora la cosa si complica, perché è anche il personaggio di un romanzo del duo, cioè La curiosa scomparsa di Leone Guerrino, dove il Guerrino è personaggio mancante che fa scattare la ricerca on the road dei fratelli dai nomi decisamente esotici: Assergio e Orso. Una ricerca che sfocia in paesaggi e personaggi ai limiti e oltre il reale, con un sottofondo musicale: gli Who.

Alma Bevilacqua
si è a un certo punto chiamata Giovanna Zangrandi. Di pseudonimo ne ebbe anche un altro, in gioventù: Anna, e basta. E l’ebbe quando, insegnante, si unì alla Resistenza partigiana nel 1943, trasmettendo informazioni top secret e stampa clandestina, in seguito nascondendosi tra le montagne, e intervenendo in prima linea e col proprio corpo. Ricorda tutto nei Giorni Veri. Diario della Resistenza.
 
Infine, c’è chi s’inventa un nome e se l’affibbia perché ha cara la pelle. Come Gianni Palagonia, un poliziotto, da poliziotto impegnato a combattere la mafia. Prima in Sicilia, poi al Nord, dove è stato costretto a rifugiarsi in incognito. Nelle mani di nessuno lo racconta. C’è la parte che c’informa dei metodi d’indagine, dei gerghi criminali, dei tipi criminali, e c’è la parte umana, di chi si vede privato di una normalità personale, spinto da quel dovere morale di cui parlava qualcun altro vent’anni fa.


Nomi fittizi per individui fittizi:

Gli pseudonimi toccano anche ai personaggi, non solo agli autori. E alcuni, da quei personaggi, passano a noi. Come Gian Burrasca, oggi usato in caso di ragazzino non tranquillo. Il giornalino di Gian Burrasca fu tra i primi a iscriversi nella mia categoria personale di “libri che m’hanno infervorato”. Lo lessi 3 volte di seguito da bambina. È uno di quei casi in cui lo pseudonimo ce l’hanno entrambi, personaggio e scrittore, che si firmava Vamba, ma si chiamava Luigi Bertelli.

Infine, Miss Lonelyhearts, Signorina Cuorisolitari, altrimenti detta, nella traduzione italiana, Signorina Cuorinfranti. C’è un uomo dietro a questa donna fittizia che tiene una rubrica su un giornale per aiutare mogli e signore varie. Andrà in crisi quest’uomo, sopraffatto dai problemi degli altri, con la voglia di dare speranza quando è il primo a non averne..

domenica 18 novembre 2012

il Grande Mercato dei Libri




 <<... Quanto li abbiamo amati, i libri! Ed eccoci nel mercato dei libri. Fu un piacere vederne tanti, ma il piacere si guastò subito, perché i libri erano troppi.
L’altissima concentrazione di parole stampate sprigionava energie quasi solari, ma di sole nero. In ogni parola c’è una piccola forza capace di agire, bene o maleficamente, a seconda delle combinazioni. Certe parole possono anche agire da sole; sono le più pericolose; per fortuna non sono molte. Quando le combinazioni sono troppe (in un libro ce ne sono parecchie migliaia) ne risulta un eccesso di energia che è prevalentemente malefico. Un milione di libri eccellenti emanano raggi di morte.
Dopo qualche minuto sudavamo come se ci avessero voltolati nel fango termale. I libri irrompevano da tutte le parti con l’impeto dell’armata di Budiennij. Dall’alto cadevano enciclopedie, storie delle varie letterature, manuali di cucina, di economia, di sociologia, di pedagogia, di psicologia: si stava caldi come i sudditi di Sodoma sotto la pioggia di mattoni infuocati.
Ci armammo di speciali ombrelli paralibro, fatti di una sostanza assolutamente refrattaria ai libri, e spalmati di una vernice repellente, che li rispediva alla causa di tutto, i loro autori, la più contumace gente che esista, e questo geniale strumento profilattico, inventato all’epoca del telegrafo e subito imprudentemente messo da parte, ci consentì di non riportare danni durante l’ardita visita ai reparti. Offrimmo parecchi ombrelli a persone smarrite e doloranti, e distribuimmo anche drastiche dosi di polvere libricida da spargere sulle copertine, senza molto successo: c’era, come al solito, poca richiesta di essere beneficati.
L’aggressività dei libri nuovi era implacabile: volevano essere letti subito, volevano che si parlasse e si scrivesse subito, con grande passione, di loro. Gli autori, da una immensa tribuna, seguivano con potenti binocoli le vicende dei loro libri. Mentre una mano reggeva il binocolo, l’altra batteva sui tasti di una macchina, da cui uscivano fogli fradici di parole, chiamati ancora manoscritti, e li passava in fretta all’Editore, il quale facendo uso di sistemi di riproduzione meccanica sempre più celeri, li spediva da speciali basi molto simili alle militari moderne all’attacco delle città in determinati periodi dell’anno.
Cosi l’occhio, senza staccarsi dal binocolo, doveva a volte seguire le peripezie di due o tre libri nello stesso tempo, che erano sempre le stesse e per fortuna piuttosto rapide. Voci svergognate annunciavano senza riposo nuovi libri; ciascuno era un’epifania: un discorso implacabile, condotto all’estremo risuonava da un capo all’altro del mercato dei libri, che era grande il doppio o il triplo di quello del nutrimento. Avremmo preferito che il discorso s’interrompesse a metà, o non cominciasse neppure, ma visto che doveva essere condotto fino all’estremo di se stesso (cosa paurosa, perché un discorso ha la stessa natura della linea retta, e può continuare all’infinito), non restava che tenere l’ombrello sempre aperto e non permettere al discorso di perforarci. Tra gli autori risuonavano sovente grandi bestemmie, imprecazioni all’indirizzo di oscuri anonimi, o di qualcuno, come: il maledetto non ne vuole parlare, hanno fatto una congiura quei porci, Buconero non ha capito niente, niente!, Odorico è uno schifoso, ma anche esclamazioni di giubilo sfrenato: tre colonne sul Colombo Sedentario!, candidato con Empedocle allo Stromboli!, tradotto in cuneiforme!, best-seller nello Sheol!, mi ha scritto personalmente Boggiaroni che e difficilissimo!
Non mancavano, dopo ogni delusione, le consolazioni pronunciate a bassa voce, in cui tremava nel dolore una delizia estrema: è un libro per pochi, il successo è dei cretini, è sempre stato così. Notammo (era nuovo) un’estrema sfiducia degli autori nel Lettore Postero; non solo temevano, giustamente, di non poterlo conquistare, per la morte precoce dei loro libri, ma che addirittura non arrivasse mai a leggerli, per la sua propria inesistenza, dovuta a cause a cui i libri non erano, forse, del tutto estranei.
Intorno ai Suffeti del Libro, investiti del potere celeste di dichiarare ottimo ogni libro, si svolgevano risse da taverna per ottenere dichiarazioni di ottimità totale o, almeno, parziale (non si scendeva al di sotto del parziale), da parte dell’autorità suffetale. Le dichiarazioni erano ambitissime, nonostante il loro scarso credito, dovuto alla velocità con cui venivano emesse e all’uggiosità del loro stile […]. I Suffeti e i loro subalterni, una truppa di scherani di ventura, mal pagata e sofferente, sempre accampati tra i libri, come gli Unni tra i loro cavalli, vivevano una vera guerra. Si asciugavano gli occhi sanguinanti, schizzavano di qua e di là come rospi spaventati. La vita dei massimi Suffeti era costantemente in pericolo, perché un libro trascurato o trattato con durezza poteva vendicarsi vigliaccamente. Il loro linguaggio era sovente complicato o sfuggente per evitare una lode che sentivano troppo impura, insieme all’inevitabile rappresaglia. Per assicurarsi l’immunità, i più usavano tenere sempre pronta, in una marmitta tiepida, una colla commestibile, o una zuppa pitturabile, composta di ingredienti di questo tipo:
Il libro più importante dell’anno.
Un caso letterario tra i più sconcertanti.
Un saggio nuovo, acuto e sorprendente.
Un eccezionale contributo.
Con finissima introspezione.
Il romanzo di una crisi e di una società.
Mette a nudo il tramonto dei valori.
Un volume composito.
Una lettura da farsi su più piani.
Una lucidità implacabile.
Tutto un mondo segreto.
Una testimonianza sconvolgente.
Lo specchio di un’epoca.
Un trentennio di pazienti ricerche.
La tragedia di un uomo e di un popolo.
Uno stimolo per il lettore intelligente.
Una spietata autoanalisi.
Un brillantissimo esordio.
Un grande ritorno.
Pervaso da un’alta malinconia.
Lo aspettavamo a questa prova.
Una prosa che incide.
Apocalittico.
Il suo libro migliore.
Una decina di queste cucchiaiate, rendevano quasi innocuo il pungiglione di un libro. Le carabine al curaro degli Autori, i pozzi di murene degli Editori risparmiavano il prudente Suffeta che riceveva, in segno di gratitudine, altri libri. Generalmente, avuta la loro miserabile razione, i libri se ne andavano a morire in un apposito cimitero, non lontano dal mercato, dov’era aperta giorno e notte una fossa comune per quelli che preferivano essere inumati, mentre, per gli altri, ardevano ininterrottamente alcuni spaziosi crematori.
Enarchì prese a volo un librino modestamente illustrato che se ne stava andando alla sua morte con dignità. Gli avevano messo a bandoliera, per scherno o per errore, una di quelle piccole fasce avventurose che procuravano a un libro una sopravvivenza artificiale di poche settimane, o anche di pochi giorni, prima dell’inevitabile fine. La fascia che adornava quel libro era particolarmente arrogante e indecorosa, eppure il poveretto con candore se ne compiaceva: Ventimila edizioni in un anno.
Era un libro, lo si vedeva dalla sua mancanza di pungiglione e di dente, che non avrebbe mai versato il sangue di un Suffeta. Stavamo quasi per tenercelo, perché era in chiari caratteri e aveva simpatiche figure e un buon odore, e forse l’avremmo addirittura letto, quasi certi di trovarlo poco interessante, in qualche pausa del nostro viaggio, se quel caro amico, a malincuore ma inflessibilmente, non si fosse rifiutato di appesantire il nostro bagaglio d’ombra e di mettere distrazioni inopportune sulla via che ci era prescritta. — Non avete più bisogno di libri, — osò dirci il libro. Con modeste ali da pollo volò via verso il cimitero, dove un getto di calce viva, avendo scelto la fossa comune, l’aspettava. >>


(Tratto da G. Ceronetti, Aquilegia. Favola sommersa, Einaudi, Torino 1988, pp. 85-89)


giovedì 15 novembre 2012

'Nero su Bianco'......... Solo Exhibition by Federica Vettori


Da  Martedì 20 Novembre a Lunedì 3 Dicembre in Libreria ....
                             
' Nero su Bianco '
 mostra personale di
 
  F e d e r i c a  *  V e t t o r i

Federica Vettori (1982)
                    virtuosa della ritrattistica, con tratto leggero e sfumato, crea punti di luce e ombre, regalandoci ritratti dagli sguardi intensi e profondi...

Mano ferma  e sapiente. 
                           La giovane artista ha saputo trasporre su semplice carta da schizzi le forme morbide dei lineamenti infantili , cogliendone la dolcezza e la semplicità. 

                                      Ne escono ritratti eleganti. Inchiostro nero su semplice carta bianca. 
                                          








'VITE TERRENE, VITA NELL'ALDILA' '. Incontro in libreria con Sabrina Dal Molin



Ho conosciuto Sabrina qualche settimana fa. La sua fama l'aveva preceduta: ero così curiosa di parlare con lei, e forse anche un pò in 'soggezione'.. Non sapevo proprio cosa aspettarmi. Ma quando questa signora dall'aspetto gentile e dagli occhi buoni e luminosi è entrata in Libreria, ogni dubbio è scomparso. 
Abbiamo parlato a lungo, davanti ad un caffè, della sua Esperienza di Vita...

Già, ma chi è
                         
               Sabrina Dal Molin ?



 Sabrina Dal Molin (1968) è in contatto fin da bambina con il mondo dell’invisibile, degli angeli, dei defunti. 


Sabrina ha scritto il libro 'Vite Terrene, Vita nell'Aldilà' edito da Il Punto d'Incontro: ha deciso di condividere gli insegnamenti e le esperienze che questo legame le ha regalato nel corso degli anni.

«Le pagine che abbiamo scritto devono servire a infondere speranza nella vita delle persone e nel futuro che le attende. Esse sono dedicate a tutti coloro che vogliono ricominciare da capo dopo tristezze e sofferenze, lasciandosi alle spalle i momenti bui e le situazioni spiacevoli, nella convinzione che Dio li ama e non li ha mai abbandonati».






«Quello che vi dico in questo libro è ciò che so e che mi è stato rivelato, su questo non dovete avere il minimo dubbio. Ve le dono con il cuore e con tutta la sincerità di cui sono capace». 




Sabrina Dal Molin sarà presente in Libreria
domenica 6 Gennaio 2013  alle ore 18.30
                           a raccontarci la sua personale esperienza di Luce.